May 27 2007
Socialismo e esperanto
Socialismo e esperanto.
Nell’esporre questa mia relazione prendo le mosse dallo scritto di Vezio Cassinelli, a cui è intitolato il nostro Circolo, dato che questo scritto è degli inizi del Novecento, a pochi decenni dalla nascita del Partito socialista, quello originario, da cui è avvenuta la scissione del 1921 che ha dato vita al Partito comunista italiano.
Nello stesso 1921 nacque la SAT, prima organizzazione internazionale di esperantisti di orientamento comunista, socialista e anarchico, che ancora oggi fa vivere questa originale forma di convivenza di diverse scuole di pensiero.
Vezio Cassinelli era un semplice operaio il quale scrive all’Avanti per sostenere la creazione dell’Istituto di cultura socialista: badate bene che il problema non era l’esperanto ma la creazione o meno di un istituto che avrebbe dato formazione adeguata ai quadri dirigenti del Partito socialista.
Questa è una lezione per noi esperantisti del 21. secolo, noi esperantisti che ci presentiamo alle nostre associazioni e partiti per presentare l’esperanto come soluzione del problema linguistico tout court. Vezio Cassinelli da esperantista si inserisce nel dibattito sulla creazione dell’Istituto di cultura socialista per sostenere la sua creazione e al suo interno comincia un ragionamento sull’esperanto come soluzione della comunicazione internazionale e semmai però pone l’esperanto nell’orizzonte dell’internazionale socialista.
Qui poniamo il nostro ragionamento di esperantisti e di socialisti del 21. secolo. Ancora vi è l’orizzonte dell’Internazionale socialista, ancora vi è l’orizzonte dell’esperanto e dell’esperantismo socialista per la piena realizzazione dell’Internazionale socialista. Non possiamo cioè convincere tout court il nostro partito, la nostra associazione, della bontà dell’esperanto come soluzione definitiva della comunicazione internazionale ma possiamo portare dentro il partito e dentro le nostre associazioni l’esempio di quello che facciamo come socialisti con l’esperanto, continuando a svolgere le lotte e le battaglie con i nostri compagni di strada.
Alcuni mi hanno chiesto come mai io abbia institito molto nel presentare le tesi di Gramsci, contrarie all’esperanto e ferocemente contrarie. Ma solo ieri è stato l’anniversario della sua morte e se ne riparla di Gramsci e del suo pensiero e a lui rendo omaggio come uno dei maggiori pensatori del Novecento.
Innanzitutto devo dire che se una distinzione di tesi si può delineare oggi vede Gramsci da una parte e alcuni socialisti dall’altra, distinzione che oggi come oggi potrebbe essere oramai superata anche dagli eventi che ci stanno appena dietro (caduta del muro di Berlino etc.) e che anche nella vicenda politica odierna vede semmai una difesa strenua di una identità socialista che precede tutte le scissioni che si sono succedute nel 20. secolo
Ma faccio mie le parole di quel consigliere comunale che nell’approvare i corsi di esperanto nelle scuole popolari di Milano, proposti dell’allora sindaco socialista e esperantista Angeli Filippetti, disse: “L’esperanto è lingua internazionale, avente lo scopo di far si che tutti i popoli si intendano tra loro evitando guerre e conflitti, così da rendere impossibile il concetto di patria che ha la minoranza [cioè la destra]“.
Questa è la radice vera dell’esperantismo di sinistra, quello che ha accomunato e accomuna gli esperantisti che si riconoscono nel movimento per la pace, nel movimento nonviolento, anarchico e socialista, quello che si riconosce nel abbattimento di ogni barriera culturale, politica o religiosa e nel riconoscersi nell’appartenenza a questo unico mondo, così globalizzato ma che lo era già per gli esperantisti di allora e di sempre.
Dire che esperanto e socialismo hanno una stessa radice non deve confondere con la strenua e difficile difesa della neutralità dell’esperanto come possibilità aperta a tutti di comunicazione neutra, anche perché è la sua neutralità che ne ha garantito la sua sopravvivenza nella tempesta del Novecento.
Ma questo è un prolema interno al movimento esperantista tradizionale, che riguarda le sue paure di contaminazione con i movimenti, pur essendo anche noi un movimento, ma che deve guardare alla proposta dell’esperanto come lingua ponte senza paure di esserne contaminati nei contenuti. Per questo noi di Arci Esperanto siamo nati e per questo riproponiamo a distanza di un secolo le proposte di Vezio Cassinelli, operaio socialista, in un panorama che rimane immutato, dal punto di vista linguistico.
Quello che mi preme dire ora è che il neutralismo della lingua non deve essere confuso con il neutralismo associativo, che ci farebbe allontanare dal contesto in cui viviamo e se siamo socialisti, anarchici, verdi, comunisti o altro abbiamo il dovere di manifestare la nostra scelta linguistica: ho conosciuto un giovane in Inghilterra al congresso della SAT inglese, un giovane che aveva partecipato ai blocchi stradali contro la guerra in Iraq. Be’ nessuno dei suoi compagni sapeva che è esperantista.
Io credo invece che se il neutralismo associativo ha salvato l’esperanto dalla tempesta delel dittature (pur con tutte le vittime che ci sono state anche fra gli esperantisti) nel 20. secolo noi dobbiamo vedere l’onda giusta dell’esperanto nell’onda dei movimenti, in quei contesti dove la lotta per l’uguaglianza trova un terreno fertile per una riproposizione dell’esperanto in chiave di parità di trattamento fra eguali.
Infine mi soffermo ancora sul concetto di pace e di pacifismo che trovo nell’esperanto, nell’abbattimento delle cause che fanno insorgere incomprensioni e guerre: chi sa se un mondo in cui una lingua ausiliaria fosse insegnata dalle elementari potrebbe contribuire a questo! Io credo di si. Io credo che se un immigrato in Italia potesse esprimersi in una lingua ponte quando viene in un paese straniero si sentirebbe meno straniero, come dice lo slogan di Radio Popolare, “Qui nessuno è straniero”. Fra gli esperantisti nessuno è stato mai straniero

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